L'arena - il giornale di Verona - 20 luglio 2005

NATURA E AVVENTURA. Documentata a Sant'Anna d'Alfaedo la discesa nel pozzo 131

IL BELLO DELLA PRETA IN UN FILM. Quattro giorni di riprese con le tecnologie più innovative

Sant'Anna d'Alfaedo. In quattro giorni sono scesi nella Spluga della Preta almeno una quarantina di persone, per la realizzazione del film che l' Accademia della Lessinia sta producendo con Aps Video di Verona per celebrare gli 80 anni della prima discesa. L'evento ha portato anche l'adozione di sistemi innovativi per calare nell'abisso materiali e tecnici di ripresa che altrimenti non avrebbero mai potuto raggiungere quelle profondità.
Francesco Sauro, responsabile dell'operazione e Alessandro Anderloni, regista, sono coadiuvati da una squadra di speleologi affiatati ed esperti che arrivano da Verona, Padova, Vicenza, Forli. Sul fondo del pozzo 131 (sono i metri di profondità!), la prima grande calata della Spluga, resa ancor più impressionante dai raggi del solstizio d'estate che arrivano fino a illuminare il pavimento del pozzo, c'è Paolo Covi, esperto di riprese estreme, mentre Francesco Sauro è un ragno che da 80 metri si dondola fra una parete e l'altra dell'abisso, sorretto da una bava di filo che gli permette riprese come non riuscirebbe a nessun altro operatore privo di un certo livello di tecnica speleologica.
Il merito è anche di soluzioni tecniche progettate e costruite appositamente per questo evento da Cesare Raumer di Schio, speleologo e titolare di una ditta di attrezzature per la montagna: tre pulegge montate su cuscinetti, che lo stesso progettista ha voluto collaudare di persona. Quattro cavi d'acciaio da 12 millimetri, incrociati sopra l'inghiottitoio, sorreggono la carrucola con la quale viene accompagnato al centro l'operatore e il materiale destinati ad essere calati.

Giovanni Ferrarese del Gruppo Speleologico del CAI di Padova, confida in nuove scoperte: "Abbiamo visto solo una piccola parte di quello che dovrebbe esserci e speriamo di arrivare ad aprire un'altra Preta oltre a quella già conosciuta. Trovare una seconda uscita, magari in Val d?Adige, sarebbe un sogno che fa parte un pò della mitologia di questa cavità", ammette.
Tra i primi a scendere c'è anche Alessandro Anderloni, che è diventato speleologo per amore della Preta e di questo film: "Non ho l'obiettivo di trasmettere l'impresa di una conquista",dice,prima di calarsi nell'abisso, "perchè la speleologia è diversa dall'alpinismo che mira alla vetta. La Spluga ha già il suo fondo raggiunto e conosciuto. Qui la vera conquista si fa strada giorno per giorno, esplorando cose non viste da altri o mostrando cose che pochi hanno visto di persona. Alla fine sarà suggestivo l'accostamento fra i primi speleologi e i ragazzi d'oggi", dice annunciando quello che sarà probabilmente uno dei temi conduttori del video, la cui lavorazione procederà per tutta l'estate per essere presentato nel prossimo autunno.
accanto alla carrucola manovra Giovanni Battista Sauro, del Gruppo Grotte Falchi, sceso in Spluga per la prima volta diciottenne, cinque anni fa. Adesso assicura il compagno di sodalizio Sandro Dalle Pezze mentre si appresta a scendere: "Ero portapacchi, adesso sono diventato tecnico delle luci", dice Sandro, scendendo senza più tante emozioni dopo aver affrontato la Spluga per ben trenta volte in quattro anni. Era con Francesco Sauro quando dal quarto pozzo trovarono delle vie laterali mai descritte in precedenza: "Abbiamo gettato dei sassi in uno stretto cunicolo e non sentendo nessun rumore ci siamo introdotti trovando un salone immenso con 130 metri di dislivello e 30 metri di sviluppo orizzontale. In un anno abbiamo armato tutta la parte e siamo sicuri che non si tratta di un ramo che torna su quello principale perchè abbiamo percorso circa 1.000 metri nuovi, portando a 5 chilometri e mezzo lo sviluppo finora esplorato della Preta".
L'operatore Paolo Covi è abituato a riprese estreme in grotte, in mongolfiera, sui sottomarini, e sugli aerei ultraleggeri: "I pericoli per le riprese sono l'acqua, lo sporco la ristrettezza dei posti e per l'operatore perdere di vista la sicurezza mentre si sta occupando delle riprese", ammette. "Qui usiamo il massimo della tecnologia a disposizione del mercato in questo momento e finora ho visto ottimi risultati", assicura prima di sparire inghiottito con la telecamera da decine di migliaia di euro nel buco nero della Preta.
Ci sono anche due le ragazze fra i protagonisti del film. Fanny Cerato del Gruppo Grotte Schio è speleologa da 1997 e ha il suo bel daffare per trattenere Attila, un cagnolino vivacissimo che la vorrebbe seguire anche nell'abisso. Ha avuto il battesimo speleologico in Preta un anno fa e ora si sta preparando agli esami per diventare istruttrice del CAI. Assicura che il primo pozzo è quello che ti toglie il fiato: "Fa impressione vedere le corde che ti ballano intorno, ma non ho paura. Pratico la speleologia volentieri, vorrei solo avere più tempo per farlo", dice.
Martina Schiarvinotto del CAI di Padova è consulente aziendale e la fotografa ufficiale della spedizione. Deve documentare tutto il backstage, cioè la storia delle riprese e quello che succede dietro le quinte: "La difficoltà maggiore è l'umidità creata dal tuo stesso alito che annebbia l'obiettivo", spiega, dando l'ultima controllata alla fotocamera digitale, "e certe foto devo proprio scattarle in apnea. Poi avere schede di memoria e batterie sufficienti per scattare tutto quello che si desidera e anche molto di più perchè il risultato in grotta è difficilmente controllabile e la qualità si può verificare solo sul computer, una volta fuori, quando non è più possibile ricostruire nulla", dice.
Sergio Rizzato del CAI di Padova, dall'esterno coordina con l'ausilio di radio trasmittenti una squadra di sei speleologi impegnati nella operazioni di discesa e recupero: "E' un ruolo importante per la responsabilità: le azioni da fare sono semplici, ma l'errore o la distrazione portano danni irreversibili, sebbene siano stati adottati tutti gli accorgimenti tecnici in grado di supplire all'eventuale errore umano", assicura.
"Il 131, molti dicono che sia uno dei più bei pozzi del mondo. Il nostro problema era di riuscire a raccontarlo, mostrarlo con i suoi giochi di luci, riflessi, colori. Ci abbiamo provato in quattro giorni di duro lavoro e, come se si sentisse osservata, la grotta si è fatta bella davanti alle telecamere: quattro giorni di sole, di gente accorsa a dare una mano, di taccole e rumori, di festa... Non poteva andare meglio", scrive Francesco Sauro nelle news del sito www.splugadellapreta.it, da cui si possono seguire tutti gli sviluppi delle prossime esplorazioni e riprese.

(Vittorio Zambaldo)