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18 dicembre 2005
Troppo difficile scrivere del 18 dicembre
2005. Dedichi giorni, mesi, ormai anni a un sogno… e
poi tutto si concentra lì, in 76 minuti di immagini,
in una sala ricolma di persone legate per sempre da quell’avventura.
Strette di mano, abbracci, occhi che si specchiano nelle lacrime
dell’emozione, sguardi commossi, autografi, e…
Le persone che senti più vicine. Potrei elencarle una
a una… E in quei momenti avrei voluto scendere dal palco
e abbracciarle tutte.
Me l’ero immaginato cento, mille volte quel momento,
quando mi sarei seduto e nella sala si sarebbero spente le
luci, quella tensione… Settecento persone che guardano
per la prima volta il frutto di tutto quel sudore, il figlio
di tutti i nostri pensieri, delle notti insonni, degli incubi,
del freddo… di quella meraviglia inspiegabile che è
la Spluga della Preta.
Attilio Benetti, mentre leggeva quelle parole che raccontavano
la sua grande avventura, tremava dall’emozione. Lorenzo
Cargnel quando mi stringeva la mano nella grande confusione
aveva uno sguardo che lasciava senza parole… come se
avessimo risvegliato tanti, tanti ricordi.
Nostalgia... Cosa sarebbe stato se non avessi creduto in quell’assurdità
che era un film fino a laggiù, in quel cuore pulsante
che è la Sala Nera? Nessuno ci credeva… sembrava
un assalto al cielo. Ho sopportato umiliazioni, ho dubitato,
ho pensato che tutto sarebbe per sempre rimasto solo un sogno.
Poi, qualcuno è arrivato e ha portato con se l’entusiasmo
e la sicurezza che, nonostante tutto, ce l’avremmo fatta.
Qualcuno che si chiama Alessandro Anderloni…
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Siamo partiti come dei bambini incoscienti
che decidono di attraversare un oceano su di una zattera.
Pazzi sconsiderati, senza una certezza, senza sapere dove
saremmo andati a finire, senza un soldo… in un progetto
che sapevamo ne sarebbe costati molti. Guerre e lotte con
i politici, con chi non voleva capire che sarebbe stato “ora
o mai più”.
E discese, tante, nell’abisso. Per capire cosa ci avrebbero
permesso le attrezzature, cosa ci avrebbe concesso la grotta.
E la Spluga ci ha indicato mese dopo mese come voleva essere
raccontata, le discese di ripresa si sono trasformate in appuntamenti
che aspettavamo impazienti, per stare insieme, per vedere
quei pozzi meravigliosi illuminati come mai prima di allora.
Persone normali che si sono affezionate alla Preta e alla
spelelologia, speleologi che grazie al film sono riusciti
a realizzare anche i propri sogni e a vivere un’avventura
irripetibile.
Mi scorre tutto davanti agli occhi come un film, ogni istante,
ogni sensazione, ogni parola, tutto quello che è accaduto.
Due anni in settantasei minuti.
Quando è finito non riuscivo a battere le mani, non
mi rendevo conto di dove mi trovavo, la musica occupava tutto…
quella musica meravigliosa nata per quegli istanti. Mi risvegliai
in mezzo a uno scrosciare di applausi, di fianco a me era
arrivato Marco Salogni, speleologo di Valdobbiadene che era
con me quando per la prima volta, ancora quindicenne, avevo
raggiunto il fondo dell’abisso, in una discesa pazzesca,
senza senso… e poi ho visto la Roby, Ciccio, Sandro,
Cristiano, Fanny, Marco, Alessandro, Giorgio, Dentino e tutti
gli altri, senza dimenticare nessuno… tutte le persone
che hanno reso possibile il mio sogno, diventato alla fine
il “nostro” sogno. Tutte le persone a cui devo
il coraggio e la voglia di andare avanti con la speleologia.
Comunque andranno le cose ora, concorsi o non concorsi, dvd,
e tutto quello che si vorrà fare ancora, sono sicuro
che il ricordo dell’esperienza vissuta insieme nella
Spluga della Preta non svanirà facilmente.
È stato tutto troppo bello.
Francesco Sauro
SCARBURARE… SCARBURARE …
E SCARBURARE ANCORA …
Due speleo danzano lenti nel vuoto,
appesi a esilissimi fili di seta, attratti verso l’alto
dalla luce del sole come le falene da un lampione stradale,
ma trattenuti in basso dalla densità delle tenebre
che impastano i loro movimenti. Sfilacci di emozioni nere
che non vogliono staccarsi dagli scarponi, dalle tute e soprattutto
dai loro cuori, come se la spluga li volesse ancora tutti
per sé: gelosa delle emozioni che gli ha regalato,
come se non volesse lasciarli ferire dagli affilati raggi
del sole, come per proteggerli con il suo nero cuscino dalla
violenza di un vento che prosciugherebbe per sempre i loro
sogni.
Per questo si fa fatica a risalire dal fondo delle grotte,
e per questo si fa ancora più fatica a risalire dal
fondo della Spluga dove vivono le emozioni di centinaia di
esploratori, dove mille voci invitano a rimanere ad ascoltare
le loro storie e dove anche noi, con un gomitolo di nera seta,
abbiamo cucito frammenti di memoria alle pareti dei suoi meandri,
sugli strapiombi incredibili dei suoi pozzi, sulle argille
verdi delle sue antichissime gallerie.
E proprio sul quell’ultimo pozzo, il centotrentuno,
si gioca la battaglia decisiva: proprio lì si sfidano
senza esclusione di colpi il nero della terra e l’azzurro
del cielo. È questo, più di ogni altro, il simbolo
dell’eterna lotta tra il dentro e il fuori: una frontiera
quasi invalicabile, ma anche un ponte tra sogno e realtà,
uno scrigno che racchiude insieme tutte le tonalità
di tenebra del mondo e tutte le varietà di luce del
cielo. Nel tempo che si impiega a risalirlo svela e cela tutti
i segreti dell’andare per grotte parlando nella lingua
che solo pochi sanno capire: sussurra, urla, piange, ride,
tace …
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Il fuoco della luce del sole trafigge
i miei occhi abituati ormai alla rossa e fioca fiamma del
carburo, la parete verde e muschiata mi attende sospettosa,
i gracchi mi fischiano nelle orecchie prendendomi in giro,
il mosco del frazio mi guarda indifferente: ci siamo …
quasi ci siamo … poi all’improvviso parte un applauso,
un flash di luce scoppia nei miei occhi: ci siamo …
questa volta ci siamo davvero … siamo fuori …
Stringo la mano di Michela seduta al mio fianco nelle comode
poltroncine di velluto rosso, mi guardo intorno per capire
dove sono …
Fuori … sì sono proprio fuori: fuori da un viaggio,
fuori da un’avventura, fuori da un sogno … fuori
… fuori … o forse ancora dentro … sì,
forse dentro, perché ormai tutto questo “fuori”
è entrato dentro di me, è parte di me, è
diventato un capitolo di una ormai lunga storia scritta con
la fiamma dell’acetilene nell’oscurità
infinita delle montagne. Un viaggio in cui i sogni e la realtà,
il possibile e l’impossibile si sono fusi nella nebulizzazione
dei pozzi per scorrere poi impetuosi, liberi di tracciare
nuovi percorsi sotterranei per uscire poi chissà dove,
magari più in basso, molto molto più in basso
… forse nella Val d’Adige ...
Un’avventura iniziata così, quasi per caso, ma
cresciuta con noi fino a diventare una parte importante di
tutti noi.
Noi ci abbiamo messo quello che potevamo: corde, trapani,
entusiasmo, birra, tute, sudore, risa, parole, ricordi, delirio,
pulegge del discensore …
La Spluga ha messo il suo cuore, il suo grande cuore dal fascino
senza tempo, ha tirato fuori l’abito nero delle grandi
occasioni e si è fatta bella per noi, ha sfoggiato
i suoi gioielli più preziosi: i pozzi, i meandri, le
gallerie, si è truccata con il suo fango più
tenace, ha nebulizzato sul suo collo l’acqua delle sue
cascate, si è specchiata nei suoi lucidi specchi di
faglia … ed è rimasta lì a farsi corteggiare,
più bella ed affascinate che mai …
Tutti coloro che ci hanno dato una mano hanno messo la gioia
di partecipare ad una grande avventura, ad una grande sfida,
ad affascinante gioco …
Il resto l’hanno fatto loro: Francesco ed Alessandro.
Dare una forma al buio, illuminare le emozioni, plasmare le
tenebre per farne delle immagini, colorare il dentro della
montagna, cucire frammenti di vita, raccogliere sussurri e
bestemmie, strappare sorrisi e parole, e poi … scarburare
… scarburare … e scarburare ancora. Sì
proprio scarburare, per vedere cosa rimaneva tra le maaglie
della rete del sacchetto di tutto questo, per raccogliere
anche i più piccoli frammenti di carburo, per recuperare
anche i più piccoli sassolini: quelli che sembrano
inutili, ma che spesso ci permettono di finire l’esplorazione.
Scarburare, recuperare i sassolini, aggiungere acqua alla
bomboletta e fare ripartire la lampada, e poi scarburare ancora
e ancora e ancora fino all’ultimo, fino a quando la
fiamma non funziona alla perfezione, senza lasciare nemmeno
la più piccola traccia di nerofumo sulla parabola dell’impianto.
Recuperare e setacciare ogni immagine, ogni parola, ogni sensazione,
ogni folata di vento, ogni suono, come il canto delle gocce
d’acqua, anche quello più flebile e lieve, quello
più apparentemente insignificante.
Solo così il buio ha preso la forma delle nostre emozioni,
solo così la Spluga ha potuto svelare ancora qualcuno
dei suoi segreti, solo così un sogno ha potuto diventare
realtà.
Mi guardo intorno e scruto le facce
di chi mi circonda, sento la loro tensione scaricarsi in un
applauso liberatore, un sacco di gente, una sala piena, un
mucchio di occhi fissi su uno schermo gigante. Tiro un sospiro
e sento nelle narici l’inconfondibile odore di carburo,
sudore e corde bagnate, il sottotuta umido struscia sulla
mia pelle, il sacco pesante sbatte sulla parete del pozzo,
mi slongio e riparto, poi mi assale improvviso il secco odore
del sole, ancora poche pedalate sulla corda e poi l’orizzonte
si infiamma nell’abbagliante luce di un altro magico
mezzogiorno sul Corno d’Aquilio.
Giovanni Ferrarese
HO AVUTO UN SOGNO!
Oggi il sogno si è realizzato: Domenica 18 dicembre
2005 il film è stato spalmato sullo schermo di un cinema.
E ke cinema: l’auditorium del palazzo della Gran Guardia
del comune di Verona in piazza Bra!
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Minimo 3ccd la frase ke due anni fa
Francesco continuava a ripetere! Forse per i meno esperti
come me una frase del genere non dice niente. All’inizio
anke x me era cosi. Non è ke abbia imparato tante cose
ma tutto è legato alla qualità di proiezione
di un film e per ki ieri era alla Gran Guardia a vedere la
prima del film si sarà accorto di qualcosa di speciale.
Un evento mondiale dove non siamo riusciti a dire tutto sulla
Spluga della Preta, anzi poco, ma il tentativo di trasmettere
le emozioni, portare brividi, ascoltare fatica e annusare
lo sforzo e la paura ke uno speleo prova nel entrare in un
libro di storia è stato fatto!
Sforzo disumano piacere immenso x tentare di mettere su schermo
qualcosa che nessuno ancora è mai riuscito a fare!
Sembrava quasi ke la sala profumasse di carburo, sembrava
quasi ke le corde ti passassero davanti, ke lo strisciare
e il respirare l’allargarsi di una strettoia fossero
li a farti compagnia, sembrava di essere in Preta.
Telecamere di profondità a perdere, speleo no! Tutti
sani in un’impresa ke ci ha reso più fragili
ad una lacrima nel rivederci tutti riuniti sul palco per festeggiare
la fiducia data da tanti speleo! Grazie!! Grazie alle braccia
di ki non è entrato e ke da fuori ci ha voluto bene!
Grazie alle gambe di ki ci ha fatto compagnia al buio! Grazie!!
Grazie a tutti!!
Ho avuto un sogno! Mi sono svegliato! Ed ero dentro il sogno!!
Sandro D.P. - Piastrela
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