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Il 14 giugno del 1925, ottant'anni fa, inizia la storia esplorativa
della Preta. Attraverso un sistema molto rudimentale, un gruppo
di alpinisti viene calato nel primo pozzo dell'abisso, quello
che poi diventerà il famosissimo "131" della
speleologia italiana. Gli uomini della Sezione Universitaria
del CAI Verona che parteciparono a quella prima esplorazione
furono: Gianni Cabianca, Gino Cipriani, Luigi de Battisti,
Dino Lanza, Gino Priarolo, Italo Vianini, Ferruccio Zanardi,
Enzo Zanini.

Nella primavera del 1926 gli uomini del SUCAI tornano di nuovo
nell'abisso esplorando il ramo del pozzo X e scoprendo il
secondo grande pozzo, il 'Cabianca', un tubo profondo ben
108 metri. A questo punto, credendo di avere per le mani il
nuovo record mondiale di profondità, coinvolgono l'ufficio
propaganda del fascismo e il giornale "Il Popolo d'Italia"
per organizzare una spedizione in grande stile. In tale occasione
raggiungono la sommità del terzo pozzo, a una profondità
di circa 300 metri. Ma all'esterno viene dichiarato che gli
speleologi veronesi hanno superato i 500 metri di profondità,
quel tanto che bastava per ottenere il nuovo record. La Spluga
della Preta diventa ufficialmente l'abisso più profondo
del mondo. Il suo nuovo nome è "Abisso Mussolini".
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Numero della Domenica
del Corriere del 1954, successivo a quello della famosa
copertina celebrativa della conquista della cima del
K2 |
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Spedizione del
Luglio 1964: foto di gruppo |
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| Spedizione del
Luglio 1964: preparativi per la punta in profondità |
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Spedizione del Luglio 1964: campo di Sala Paradiso. Alcuni
esploratori rimasero all'interno per 10 giorni |
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Spedizione del Luglio 1964: campo
di Sala Paradiso. Tra i componenti della spedizione
si riconosce a sinisttra Attilio Benetti, attuale presidente
dell'Accademia della Lessinia. |
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Nel settembre del 1927 si svolge l'ultima spedizione di questo
periodo. L'ingegnere De Battisti scende fino al fondo del
pozzo 88 e dichiara di essere giunto a –636 metri di
profondità sul bordo di un lago le cui acque si perdono
in una fessura insuperabile.
Con la scoperta dell'Abisso della Pierre Saint Martin in Francia
la Spluga della Preta perde il suo primato di abisso più
profondo del mondo. Gli uomini della Società Adriatica
di Scienze Naturali guidati dal professor Maucci tentano di
riconquistare il record con una nuova ciclopica spedizione.
Gli speleologi triestini si spingono fino al limite De Battisti
ma non riescono ad avanzare oltre. Scoprono invece che la
profondità della grotta è molto minore di quanto
era stato dichiarato nel 1927.

Cominciano le grandi spedizioni del Gruppo Grotte Falchi in
collaborazione con molte altre associazioni speleologiche
Italiane. Nel '58 il tredicenne Lorenzo Cargnel, figlio del
capospedizione, riesce a superare la strettoia finale scoprendo
la prosecuzione dell'abisso. Nei due anni successivi gli speleologi
si trovano ad affrontare delle difficili fessure che rendono
le discese molto impegnative. La più lunga (90 metri)
viene superata solo nel 1960, scoprendo che al di là
la grotta prosegue sempre più in profondità.

È l'anno della "Superspedizione Nazionale alla
Spluga della Preta", probabilmente la più ciclopica
spedizione mai realizzata in Italia. Partecipano moltissimi
gruppi per un totale di oltre sessanta speleologi. Nonostante
la grande quantità di mezzi la punta non riesce a raggiungere
il fondo ma si ferma a –570 metri sulla sommità
di un nuovo pozzo.

La spedizione delle "tute stracciate" finalmente
raggiunge il fondo dell'abisso. Nove speleologi (che alla
fine rimarranno solamente in sette), con una permanenza in
grotta di quasi nove giorni, riescono a realizzare una delle
imprese più affascinanti della storia speleologica
Italiana. Il 10 luglio del 1963 il torinese Gianni Ribaldone
e il bolognese Giancarlo Pasini toccano per la prima volta
la "Sala Nera" a –875 metri di profondità.
La Spluga della Preta diventa uno degli abissi più
profondi del mondo, secondo solo al Gouffre Berger.
Il sistema che hanno usato per ottenere questo risultato è
rivoluzionario: poche persone preparatissime e assolutamente
indipendenti, senza campanilismi e megastrutture esterne.
Pongono così le basi della speleologia futura.

Durante una nuova spedizione organizzata dalla Società
Amici della Natura di Verona avviene un tragico incidente
in cui perde la vita Marisa Bolla Castellani, una delle due
speleologhe che da giorni aiutava i compagni nel campo base
di profondità. Si tratta anche in questo caso di una
spedizione ciclopica con permanenze in grotta di quasi due
settimane.

Finalmente gli uomini Gruppo Grotte Falchi di Verona riescono
a realizzare il proprio sogno raggiungendo il fondo dell'abisso.
Guidati da Mario Cargnel i tre uomini di punta, Lorenzo Cargnel,
Luciano Boni e il monfalconese Ugo Stocker, raggiungono la
Sala Nera il 10 agosto del 1967.

Nel 1968 una spedizione composta da speleologi di diversi
gruppi italiani scopre la Via Nuova, la prima diramazione
di grandi dimensioni che si stacchi dal ramo principale. L'estate
successiva si tenta nuovamente di raggiungere il fondo ma
la squadra di punta, composta da bolognesi, faentini, veronesi
e torinesi rimane bloccata da una piena a 620 metri di profondità,
sotto il pozzo Torino. Dovranno attendere 42 ore e usciranno
dall'abisso solo dopo una permanenza in grotta di quasi dieci
giorni.

Nella prima metà di questo decennio hanno inizio le
spedizioni di speleologi stranieri. Cominciano i belgi di
Etienne Lemaire nel 1970, seguiti dagli inglesi nel 1972 e
dai polacchi nel 1973. Le tecniche stanno cambiando, siamo
al passaggio dalle scalette alla progressione su sola corda:
nel 1974 i belgi ritornano in Preta insieme a Giovanni Badino
e con le nuove tecniche riescono a raggiungere il fondo e
a tornare fuori in meno di trenta ore, un tempo incredibile
se si pensa ai nove giorni della spedizione del 1963.
La spedizione del 1975 dà il via alla polemica tra
la FIE e la SSI per il diritto di accesso all'abisso. Nonostante
proibizioni, tribunali e seri problemi burocratici gli speleologi
continuano ad scendere nella grotta. Da ricordare la scoperta
della Via Nuovissima nel 1978 e la mitica discesa nello stesso
anno dei fratelli Burato: in due attrezzano e disarmano completamente
la grotta raggiungendone il fondo, restando in grotta quasi
una settimana.

Così intitolava l'articolo apparso su Speleologia per
annunciare la scoperta del nuovo fondo della Preta. Grazie
a un campo interno di più giorni, Franco Florio e Olimpio
Fantuz raggiungono una finestra oltre la Sala Nera e scendono
ancora, fino a –985 metri.
Ma è solo l'inizio di una serie di successive grandi
esplorazioni: l'estate successiva una risalita alla base del
pozzo Bologna porta alla scoperta del Ramo del Vecchio Trippa,
mezzo chilometro di grotta strana e inaspettata, con un nuovo
fondo indipendente a quota –800 metri.

Sono gli anni dell'Operazione Corno d’Aquilio guidata
dal mitico Giuseppe Troncon. È un'avventura che coinvolge
decine di gruppi speleologici Italiani, centinaia di speleologi,
tutto questo per ripulire l'abisso da quattro tonnellate di
rifiuti "speleologici" abbandonati nell'abisso durante
le spedizioni dei decenni precedenti.
Oltre ad un nuovo rilievo della grotta e alle ricerche scientifiche,
vengono compiute anche nuove importanti esplorazioni come
la scoperta dell'Anello dei Suscettibili, la risalita dell'OCA
selvaggia, il ramo del Teschio, il ramo del Mancino e, alla
fine del 1993, la Fuga di Mezzanotte, nuovo fondo attivo a
–730 metri.

Nel 2001 la Preta torna a far parlare di sé grazie
all'impresa dello speleologo bresciano Matteo Rivadossi: in
solitaria, utilizzando corde di 8 e 5,5 millimetri di diametro,
riesce a raggiungere la Sala Nera e a risalire in poco più
di venti ore, attrezzando e disarmando tutto l'abisso.
Nell'inverno 2003 riprendono le esplorazioni con la scoperta
della Via Antika e del Baratro.
Le esplorazioni in queste zone non sono ancora terminate.
E dopo? ...
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